Cerca: Editoriale, governance dell'innovazione

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Ministro si, Ministro no. Ma serve o non serve un ministro per l’innovazione?

Nella storia dei Governi italiani dal 1948 ad oggi in solo quattro Governi c’è stato un Ministro dell’Innovazione. Tra i 27 Paesi dell’Unione Europea 11 Paesi hanno un Ministro con una delega specifica per l’innovazione o la Società dell’Informazione in generale insieme a deleghe per la ricerca o la scienza. Negli altri paesi l’innovazione tecnologica è trasversale ai vari dicasteri. Insomma le scelte sono diverse. Ma se in sé non è un dramma se nello scarno Governo Monti non c’è un Ministro delegato all’Innovazione, perché allora io sono così preoccupato? Perché è un fatto incontrovertibile che l’Italia è attualmente ai margini nella geografia mondiale dell’economia digitale. Ma senza economia digitale non c’è sviluppo e non c’è crescita neanche in termini di qualità della vita e sostenibilità. Non è possibile però risalire la china senza scelte coraggiose, che per loro definizione sono politiche.  Vediamo quali… 

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Capitolo 2. Il cittadino al centro

In termini programmatici è difficile trovare qualche amministratore pubblico che non metta al centro del proprio operato i cittadini a cui si dovrebbe riferire. In termini pratici, lo scollamento tra azione pubblica e popolazione amministrata è sempre più ampio. Anche la "speranza tecnologica" sembra tradita. Negli ultimi venti anni, infatti, in modo ricorrente, ci siamo appellati al presunto potere taumaturgico delle nuove tecnologie confondendo il fine con il mezzo, pensando che l'innovazione potesse essere relegata agli uffici dei sistemi informativi piuttosto che promossa e sostenuta dalle giunte politiche e dai decisori pubblici. E i risultati sono quelli che tutti possiamo vedere: la tecnologia, in Italia, non ha avvicinato in modo sostanziale i cittadini ai loro governanti, non ha sviluppato una nuova dimensione di cittadinanza (quella digitale), non ha arricchito le dinamiche della convivenza civile.

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Alla fine di un anno bifronte

Questo è l’ultimo editoriale dell’anno: ci risentiremo il 5 gennaio. Tempo quindi di bilanci per un 2009 che io vedo bifronte. Anno di positivi risultati su molti dei nostri temi, ma anche anno di delusioni e di innovazione negata.
Proviamo a descriverlo attraverso cinque parole chiave. Visto che sono un ottimista ne elencherò tre che rappresentano, a mio parere, aspetti positivi dell’anno appena trascorso e due che sono state, invece, occasioni perse. Sulla prima parola mi dilungherò di più perché mi sembra la parola da incoronare come la più importante del 2009: trasparenza.

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Finanziaria: "Italia digitale"? Assente!

Partendo dall’assunto banale che per fare più digitale l’Italia qualche soldo serve (penso solo ai 1.380 milioni di euro che è stimato costare il piano e-gov 2012 ) mi sono messo a sfogliare fiducioso la legge finanziaria 2010.

Ma no, non c’è proprio: l’Italia digitale non c’è...

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Obama mette online la banca dati dello Stato...e da noi?

La notizia (uscita ieri su Repubblica.it) è di quelle semplici da raccontare: tutto l’archivio federale degli Stati Uniti (una cosetta che vale 32.000 documenti l’anno solo di aggiornamento) sarà online a disposizione di tutti e così, tramite l’Open Government Initiative, lo saranno tutti i documenti delle varie agenzie.

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Non c’è innovazione senza il territorio

Grandi manovre d’autunno nel campo dell’innovazione in un ping pong tra centro e territorio decisamente interessante. Una dialettica cui FORUM PA partecipa con un road show per l’Italia, che partirà nell’ultima decade di ottobre, incentrato proprio sul reciproco necessario ascolto tra i diversi livelli di governo per la diffusione dell’innovazione nella PA e nei sistemi territoriali.

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Innovazione in tempo di crisi

La prossima giornata nazionale dell’innovazione del 9 giugno può essere una buona occasione per ripensare a come promuovere innovazione nel Paese in questo tempo di crisi.

Vedo infatti molti problemi, molti rischi e, in fondo in fondo, anche qualche opportunità.

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Ma dalla crisi usciremo in macchina?

Leggendo le misure anticrisi approvate dal Governo è lecito porsi delle domande che provo a girarvi: siete certi guardando le strade delle nostre città, come sto facendo io dalla mia finestra d’ufficio, che abbiamo bisogno di aumentare/sostituire il nostro parco macchine (e non continuino a raccontarci che abbiamo il parco macchine più vecchio d’Europa senza dirci che abbiamo anche il maggior numero di automobili per abitante) incentivandolo con i pochi soldi a disposizione? Siamo certi che, uscita dalla crisi, l’Italia che vogliamo è questa?

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Crisi di Internet o crisi delle politiche d’innovazione?

Come sapete io comincio in generale dai fatti. E questa volta non sono belli, ma ahimè non sono neanche discutibili perché sono numeri ufficiali. Ce li propone l’Eurostat, l’ufficio statistica dell’Unione Europea, e riguardano l’uso di Internet nei vari Paesi dell’Unione e la relativa penetrazione della banda larga.

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PA digitale? Io l’ho vista…

...ma non era dove la cercavo. Qualche settimana fa avevo lamentato in un editoriale di non riuscire a vedere un effettivo progresso nel campo cruciale dell’innovazione tecnologica della PA. Tre fatti avvenuti in questi giorni mi hanno convinto che ero io che non guardavo dalla parte giusta. In realtà non è verso il Governo centrale che dobbiamo rivolgere il nostro sguardo, ma verso la capacità di progettazione e di coesione delle istituzioni che sono sul territorio.

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